Promettimi che Tornerai - BLOG NOVEL - capitoli #00 e #01

Premessa necessaria

 

“Promettimi che tornerai” è il primo romanzo che ho scritto, quindi gli sono particolarmente legata. L’edizione che hai tra le mani, è una riscrittura dell’originale manoscritto del 2007, mai pubblicato.

 Quando a distanza di quasi dieci anni mi sono ritrovata a leggere nuovamente questa storia, ho sorriso un po’ della mia ingenuità di un tempo, ma mi sono anche emozionata. La storia di Lucrezia e Dario è qualcosa che probabilmente potevo scrivere solamente con la freschezza dei vent’anni.

 Oggi purtroppo non so più credere a queste belle favole d’amore e so che se dovessi scriverne una, sarebbe sicuramente molto più cupa. Eppure, sarà perché mi ha riportato indietro a quei sentimenti, ma rileggendo “Promettimi che tornerai” ho ricominciato un po’ a sognare anch’io.

 Da lì, l’idea di riprendere in mano il manoscritto e condividerlo con voi. Certo, dopo le dovute modifiche formali. Ho cercato di correggere un po’ quello stile acerbo per adattarlo al mio gusto attuale, modificandolo il meno possibile.

 Spero che queste poche righe riusciranno ad emozionare anche voi come hanno emozionato me, riportandovi indietro a quei giorni da farfalle nello stomaco!

 Se avete tempo, dopo la lettura, non dimenticate di lasciare una recensione o un commento, ci tengo davvero a conoscere le vostre impressioni!

 Un abbraccio e lunga vita ai primi amori.

 


Prologo

 

Nonostante la nebbia, la si poteva distinguere bene attraverso le enormi vetrate dell’aeroporto internazionale. La prima nevicata della stagione.

Al Gate 69 l’atmosfera era silenziosa, intorpidita dall’aria indefinita delle prime ore del mattino e dai pensieri frastagliati dei suoi occupanti. Seduti ad un tavolino del bar, uomini eleganti si preparavano ad affrontare un’altra dura giornata armati di caffè ristretto. Più in là, proprio in piedi di fronte all’entrata, una famiglia solerte attendeva l’inizio dell’imbarco. Relegati in uno spazio angusto nella zona fumatori, viaggiatori anonimi che saziavano i loro appetiti sotto ad una densa coltre grigia. Nessuno di loro sembrava preoccuparsi del domani, o porsi domande sul futuro. Nessuno di loro aveva allungato lo sguardo fino al paesaggio esterno, lontano dagli uomini, lontano da tutta quell’innaturale luce bianca.

Distante dagli stand delle riviste e dal discordante tintinnio del bar, una giovane donna cercava risposte che l’orizzonte da solo non poteva darle. La sua figura era snella e minuta. Le mani sottili, i lineamenti taglienti. Non portava valigie, ma bagaglio d’altro tipo. Così tanto da non sopportarne il peso. Il suo sguardo si perdeva lontano, oltre l’attuale distesa di neve fino a raggiungere paesaggi di memorie passate.

Lucrezia continuava a guardare oltre l’orizzonte, chiedendosi dove finisse il nulla e dove iniziasse la vita. Sentiva crescere dentro di sé un’ansia inevitabile, mentre lottava contro il desiderio violento di scappar via. Diede un’occhiata al Gate 69, dove si era formata una piccola coda di impazienti. Senza l’ingombro di un bagaglio a mano, le sarebbe bastato un attimo per tornare indietro. In trenta secondi si sarebbe allontanata dalla zona degli imbarchi. Due minuti sarebbero stati sufficienti a percorrere i lunghi corridoi che la separavano dall’uscita. Se la sua valigia l’avevano già imbarcata, sarebbe bastato chiedere alla compagnia aerea di rispedirla indietro una volta a destinazione. Avrebbe telefonato con comodo dopo essersi distesa un momento sulla chaise longue del suo soggiorno minimalista, sorseggiando un infuso bollente alle erbe. Doveva esserne rimasto ancora un cucchiaio nel barattolo rosso, in cucina. Quanto alle ferie, non erano un problema. L’espressione delusa di lui e le parole “Indispensable to… the Company” galleggiavano vivide nella sua memoria, così recenti ed accattivanti.

Aveva già fatto un passo verso l’uscita, quando la voce metallica degli altoparlanti la riportò brutalmente alla realtà. Con una mano strinse la tracolla della borsa, mentre con l’altra si riavviò una ciocca di capelli dietro la nuca. Infine, senza ulteriori ripensamenti, si diresse verso il Gate 69.

Come descrivere le travolgenti emozioni che provò Lucrezia quella mattina, mentre attraversava le strade di Roma? Ansia, nostalgia, paura, aspettativa. Respirare odori vecchi e nuovi senza sapere più distinguerli.

Uno sguardo al cancello di ferro battuto, una delle poche cose rimaste intatte mentre tutto il resto continuava a cambiare velocemente. Quel cancello usurato che era lo stargate dei suoi peggiori incubi. Dopo essersi scostata una ciocca di capelli dal viso crucciato, abbandonò la presa del trolley ed iniziò a frugare nella borsa. La mano con cui aveva trascinato il bagaglio su per gli scomodi sampietrini era arrossata e dolente. Strinse i denti in una smorfia sofferente, poi finalmente tirò fuori dalla borsa il mazzo di chiavi tintinnanti, che ritrovavano la voce dopo essere rimaste chiuse dentro ad un cassetto ammuffito per quasi dieci anni.

Stava per varcare il cancello, quando il rombo di una moto attirò la sua attenzione, lasciandola sospesa in quell’attimo. Proveniva dal cortile del palazzo, da quella che sembrava un’autofficina. Una vecchia Cinquecento era sospesa sopra le teste di un paio di ragazzi che lavoravano allegramente attorno a due moto sportive.

Il telefono dell’officina squillava senza sosta. Lucrezia aveva ancora il mazzo di chiavi in mano, la chiave arrugginita girata nella serratura del cancello di ferro battuto, quando una donna sui sessant’anni, le forme generose ed il sorriso semplice, le venne incontro.

“Buongiorno” Disse Lucrezia, sorridendo meccanicamente, come faceva con i clienti più importanti. Un sorriso neutro dietro al quale non si sentiva tanto nuda e vulnerabile.

La donna non rispose al saluto.

“E’ quella dell’agenzia?” chiese invece, bruscamente. Lucrezia sgranò gli occhi stanchi.

“Prego?”

“Ve l’ho detto mille volte. E’ inutile che continuate a venire. I proprietari non ci sono e comunque non vogliono vendere.”

Lucrezia strinse a sé la valigia con imbarazzo. Tanto le era estraneo quel posto.

La donna la scrutò strizzando gli occhietti scuri e dopo un’occhiata alla valigia le parlò nuovamente.

“Non sei dell’agenzia?”

Lucrezia scosse la testa e tentennò, incerta sul da farsi. Per un folle istante pensò di lasciarle credere quello che voleva e girare i tacchi. Infine, dopo aver poggiato nuovamente la valigia a terra, frugò nervosamente nelle tasche del completo gessato e ne trasse un piccolo cartoncino rettangolare, anche questo un gesto automatico.

La donna si rigirò il biglietto tra le mani, leggendo e mormorando tra sé e sé.

“Lucrezia…Mantovani….Ufficiàll pubblik…Cosa?” Poi, senza darle il tempo di spiegare, la osservò di nuovo con più attenzione ed esclamò

“Sei Lucrezia!?”

La ragazza annuì, non sapendo bene cosa fare.

“Come ti sei cresciuta! Ti ricordi di me? La signora Maria!” esclamò la donna, allargandosi in un sorriso. “Mado’ quanto tempo! T’avevo scambiata per uno di quelli dell’agenzia immobiliare, continuano a chiedermi della casa! Ti aspettavamo per dopodomani.”

Lucrezia stava per dire qualcosa, ma la donna la interruppe di nuovo.

“Non ti preoccupare! Figurati se gli dico una cosa simile a quelli sciacalli…se il dottore fosse qua li avrebbe mandati fuori a pedate lui, sicuro. Che vuoi farci bella mia, non c’ho più l’età e sto qui a fa’ la guardia da sola. Menomale che ora sei arrivata tu! Quanto stai?” chiese, afferrando la valigia di Lucrezia e trascinandola lungo il vialetto interno.

“Solo qualche giorno” Disse la ragazza, capendo che sarebbe stato inutile lottare contro Maria per chi dovesse portare dentro il suo bagaglio.

“Solo qualche giorno? E perché così poco? Già che stai qua devi goderti la città. E’ pieno di giovani in questo periodo. Fino a notte fonda a fare casino di sotto! Ci stanno un sacco di cose per i giovani da fare. Dovresti dare un’occhiata già che ci stai.” ripeté “ é da tanto che non vieni….Quanti anni so’ ?”

“Nove anni” Rispose Lucrezia senza esitazione, salendo faticosamente i gradini che portavano al primo piano. Non aveva bisogno di contare.

“Nove anni! Così tanto?Il tempo vola!” Esclamò Maria, poggiando la valigia di fronte al pianerottolo e tirando fuori dal grembiule un grosso mazzo di chiavi. La donna si fermò di colpo, non appena un pensiero grigio le attraversò la mente. Poi, con voce più sommessa disse

“Quindi non vieni qui da quando…”

“Grazie dell’aiuto, da qui posso fare da sola.” Disse Lucrezia interrompendola bruscamente.

La donna rimase un momento come inebetita.

“Certo…certo…” Mormorò.

Il tono riguardoso con cui le si rivolse subito sembrò troncare crudelmente l’informale cordialità di poco prima.

“Se ha bisogno di qualcosa, mi trova giù in portineria.” Disse Maria, rimettendosi il mazzo di chiavi in tasca.

Lucrezia impugnò il trolley e lo spinse nell’appartamento.

“La ringrazio.” Disse, tracciando a sua volta una linea invisibile tra lei e la donna.

Maria le voltò le spalle e fece per scendere nuovamente al piano di sotto, quando Lucrezia la richiamò.

“Signora Olivati!” Esclamò, con tono urgente.

Maria si girò con aria stupita, come se non si aspettasse che la ragazza conoscesse il suo nome.

“Che fine ha fatto il bar qua sotto?” Chiese Lucrezia, mentre le tornavano improvvisamente alla mente immagini di bombe alla crema, bignè di san Giuseppe e ditate appannate sulla vetrina nelle sere d’inverno. La donna corrugò la fronte, poi rispose con un sospiro.

“Intende il bar di Cecchetto? Ha dovuto chiudere, povero diavolo. Ha chiuso già da qualche anno. Sono venuti quelli del comune e non so che gli hanno trovato che non andava bene, hanno detto che il bar non ce lo poteva fare e gli hanno tolto la licenza. E c’era stato tutta una vita! Neanche due mesi che aveva chiuso i battenti e so’ venuti ‘sti giovani scapestrati a fa’ casino. Tutto il giorno co’ ‘ste motociclette…Che c’avranno di bello poi? Stanno sempre a trafficare, ma i soldi ce li faranno? Vabbè che in fondo so’ bravi ragazzi… Comunque Martino si è trasferito fuori al raccordo. Come si chiamava la via? Via…Tolmi, via Tonni…Com’era?” Maria era tutta concentrata, quando Lucrezia la interruppe di nuovo.

“Veramente volevo sapere dov’è che potevo trovare un drugstore…Un supermercato qui vicino.” Disse, pacatamente.

Maria le rivolse un’occhiata indecifrabile, fra lo stupito e il ferito.

“Su per la strada c’è un alimentari sempre aperto.” Disse secca, voltandole subito le spalle. Ma Lucrezia la costrinse a girarsi nuovamente.

“Signora Olivati…”

“Dica.” Rispose la donna, lottando contro la sua impazienza.

“Se tornano quelli dell’agenzia immobiliare, non li mandi via. Li ho chiamati io, per fare una valutazione della casa.”

La portinaia rivolse un’occhiata stupefatta alla giovane minuta che si trovava davanti. Infine, senza alcun commento, le voltò di nuovo le spalle e scomparve oltre la rampa di scale.

Lucrezia chiuse la porta dell’appartamento e si gettò sul letto senza neanche guardarsi attorno. Di che fine avesse fatto il barista Martino, della sua sfortuna con l’ufficio del comune e del baccano dei ragazzi dell’officina, non aveva né la forza né il tempo di interessarsene.

Il suo cuore era già costipato di preoccupazioni. In poche ore vi si erano affollati ricordi non graditi e paure indefinite. Tutte queste sensazioni sgradevoli premevano ora compatte le une con le altre, in un unico pesante sasso di dolori. Una pietra che non appena si distese sul letto le scivolò in gola, impedendole di parlare e quasi di pensare e respirare.

Quando chiuse gli occhi, poco dopo, si addormentò all’istante.

 


 

Quella notte nel vicolo

Le saracinesche di viale Trastevere erano già tutte abbassate e la sola luce dei lampioni non bastava a rendere più rassicurante il notturno paesaggio invernale. Silvia e Lucrezia camminavano strette strette a braccetto, sussultando al più piccolo rumore.

 “Sarebbe stato meglio rimanere a dormire da Sara.” Commentò Lucrezia, corrugando la fronte e voltandosi di scatto, per sospirare subito dopo alla vista di un gatto che frugava tra i rifiuti.

 “Cosa?!” Esclamò l’amica, stringendole un po’ di più il braccio.” Sei pazza?!I miei tornano domani mattina. Se non ci trovano a casa siamo morte!”

 Entrambe le ragazze trattennero il respiro, inoltrandosi in una delle stradine interne che le avrebbe riportate a casa.

Silvia stava per aggiungere qualcos’altro, ma l’altra fu più rapida.

 “Shhh! “ Bisbigliò Lucrezia, spintonandola.

 La sua compagna ricambiò la spinta, poi affrettò il passo. La paura sembrava contagiosa. Partendo da qualche parte una risata fragorosa arrivò fino alle loro orecchie. Un turista ubriaco? Un passante molesto? Ora le amiche quasi correvano, separate dai loro letti soltanto da un paio di isolati. Poi, dal nulla, un ronzio metallico ed il suono ripetuto di un campanello. E un urlo che le colse alla sprovvista.

 “UAAAAAAAAAAAA!!!!!”

 Le due ragazze saltarono simultaneamente sul posto, lanciando un grido stridulo. Un ragazzetto in bicicletta le superò rapidamente con un’espressione di scherno dipinta sul volto. Silvia divenne paonazza di rabbia.

 “Deficiente! Aspetta che arrivo a casa e poi vedi!” Gli gridò dietro, prima che quello girasse l’angolo a tutta velocità.

 Lucrezia si appoggiò sulle ginocchia per riprendere fiato. Aveva una mano poggiata sul cuore che le batteva all’impazzata per la paura. Col dorso dell’altra si asciugava la fronte sudata, mentre gli angoli della bocca si contraevano in un sorriso divertito.

 

***

 

 “Latte? No, bella, non lo vendiamo! Questo è un pub, mica una latteria, eh!”

Il barista senegalese fissava con aria incuriosita la giovane donna dai lineamenti eleganti che si trovava davanti, non l’aveva mai vista prima.  A giudicare dall’ abbigliamento classico e fuori moda non sembrava essere italiana, ma non c’era nulla di esotico nel suo accento privo di inflessioni.  Poteva avere una trentina d’anni, così come venticinque, o ventisei. Difficile dirlo basandosi su quell’espressione compassata. Certo era che tra le luci notturne trasteverine sembrava un pesce fuor d’acqua.

Dopo aver ringraziato il barista, si diresse verso l’uscita.

“Posso offrirti un Alexander?” Lucrezia si voltò in direzione della voce.

Seduto al bancone c’era un ragazzo sui ventisette anni, completo elegante ed aria annoiata.

“Crema di whisky, panna, cacao e… latte.” Spiegò, facendo cenno al barista di iniziare a preparare quanto chiesto.

Lucrezia tornò sui suoi passi abbandonando per un momento l’aria rigida di poco prima, indecisa sul da farsi. Il barista aveva già versato il contenuto dello shaker nel bicchiere. Il cocktail sembrava fresco ed attraente. E la giornata era stata lunga. Non era da lei accettare così su due piedi l’invito di uno sconosciuto, ma la stanchezza che aveva addosso si era portata appresso una buona dose di auto-indulgenza.

Quindi si avvicinò al bancone e prese posto accanto all’uomo.

“Questi begli occhi ce l’hanno un nome?” Esordì subito lui con un banale cliché, mentre le sorrideva strafottente.

 

***

 

“A domani!”

Stefano si infilò il casco e saltò sulla moto, sgasando via rapido. Dario lo salutò con la mano e dopo aver spento la luce iniziò ad abbassare la saracinesca dell’officina, tirandola giù con entrambe le braccia. A pochi centimetri da terra, il meccanismo si bloccò inesorabilmente.

“Ma porca…No…non si può.”

Dopo qualche tentativo scientifico, il ragazzo iniziò a sfogare la frustrazione con un paio di calci ben assestati.

“Che male t’ ho fatto?! Dimmelo, che t’ ho fatto?!”

Dalla finestra del piano di sopra fece subito capolino una donna dall’aria indispettita.

“Che è ‘sto baccano?!”

Dario alzò gli occhi azzurri verso il cielo, mutando istantaneamente il malumore in un sorriso.

“Uè, signora Maria! Come andiamo oggi?”

La donna scosse la testa, facendo una smorfia.

“Come andiamo, un corno! Sapessi le cose che c’ho per la testa! Non bastava l’Americana, ora ti ci metti pure tu!” Il ragazzo la fissava divertito.

“E che c’entro io? E chi sarebbe quest’Americana?” La donna lo ignorò e continuò il suo sfogo.

“E’ che quando s’aggiusta qualcosa, subito se ne sfascia un’altra! E neanche la notte posso riposare, con voi ragazzi che fate sempre ‘sto casino! Che è capitato stavolta?!”

Dario sospirò, dando un’occhiata alla saracinesca arrugginita.

“Si è bloccata…” La portinaia sbuffò.

“Ma l’olio?Ce l’hai messo l’olio?” Dario annuì. La donna scosse la testa e gli fece segno d’aspettare.

“Prova questo” Disse, ricomparendo alla finestra e lanciandogli un ferro da calza.

Dario afferrò l’oggetto scettico e provò ad inserirlo nel meccanismo della saracinesca. Dopo un paio di tentativi questa scese rumorosamente fino a terra.

“Grande! Non è che le interessa un posto in officina?” scherzò, allungandosi verso la finestra per restituirle il ferro da calza.

Maria questa volta ricambiò il sorriso e scosse la testa.

“Tiettelo! Potrebbe servirti ancora. Ma dimmi te… E saresti un meccanico, tu?”

“Qui facciamo la messa a punto di moto sportive…” Si giustificò Dario, divertito.

“Quello che è…” La donna agitò la mano per tagliare corto. Stava per chiudere nuovamente la finestra quando parve ricordarsi qualcosa.

“Quand’è che scade il vostro contratto d’affitto?” Chiese, con una punta di speranza.

“Lo dobbiamo rinnovare il mese prossimo, perché?” Maria sospirò contrariata.

“Non sperarci troppo. Inizia a cercarti un altro posto, che è meglio. L’Americana ci manda via a tutti.” disse, per poi aggiungere subito dopo “E menomale che siete giovani…ma che gli passerà per la testa ai giovani?”

Dario avrebbe voluto saperne di più, ma non ebbe il tempo di chiedere nulla. Un ultimo gesto secco della mano della donna pose fine alla breve conversazione.

Dario scosse la testa con un sorriso e si infilò il casco. Ma il suo buonumore si spense nuovamente non appena girò la chiave della moto: nessun contatto. Rassegnato si apprestò ad alzare nuovamente la saracinesca dell’officina…

 

***

Il tipo dell’Alexander aveva un nome. Si chiamava Augusto e lavorava in un’agenzia immobiliare. Il classico lavoro in cui puoi indossare una cravatta anche se hai i capelli impiastricciati di gel, i modi rozzi e l’accento marcato, pensò Lucrezia, che condivideva segretamente l’avversione della signora Olivati per gli agenti immobiliari. Nonostante fossero in pieno inverno, grazie alla sua pelle abbronzata, Augusto sarebbe potuto passare tranquillamente per un turista fresco fresco di ritorno dalle Barbados.

Quasi non ascoltava la fiumana di parole che lui le riversava addosso da tre quarti d’ora, impegnata com’era a fissare il fondo del suo bicchiere e pensare ad altro. Ma erano brevi scintille di lucidità, perché non appena il bicchiere di vino si vuotava, l’uomo accanto a lei provvedeva a riempirlo nuovamente. Il resto del tempo era impiegato a galleggiare in tra pensieri fumosi.

Ecco, di nuovo un fondo lucido.

Si chiedeva che cosa ne sarebbe stato della portinaia, una volta venduta la casa. Ma del resto non poteva farci nulla e la cosa non la riguardava.

Poi di nuovo vino.

“Certo, non è stato facile arrivare dove sono ora. Nella mia agenzia si fa solo quello che dico io. La fiducia del cliente te la devi guadagnare, non ti casca mica dal cielo. Per alcuni ci vogliono anni di esperienza … anche se io certe cose le afferro al volo…”

Un altro fondo di vetro.

E chissà che ne è stato di quella ragazzina … avrà avuto sì e no una decina d’anni. Non avrebbe mai potuto dimenticare i suoi occhi grandi verdi pieni di lacrime al funerale. Come se le avesse rubato qualcosa. Ma ai suoi di occhi? Chi ci pensava ai suoi, di occhi?

Augusto si avvicinò un po’ di più questa volta per riempirle il bicchiere. Puzzava di sudore e dopobarba e Lucrezia si tirò indietro nauseata, oscillando sulla sedia.

“Perché capisci, bisogna saperci fare coi clienti… Un po’ come con le donne… Tutto bene, bella?”

Lucrezia annuì e bevve tutto d’un sorso. Il vetro del calice, deformava il viso abbronzato di Augusto. Le scappò un sorriso divertito.

Poi si rivide nel suo appartamento, mentre allineava le camicie fresche di tintoria una sull’altra e le infilava nel trolley. Due mani calde che la afferravano da dietro, serrandole la vita in un abbraccio deciso. Le aveva chiesto di non andare. E lei aveva risposto che doveva. Allora lui le aveva detto di tornare presto. Lei non aveva risposto. Perché non lo aveva fatto?

L’ultimo bicchiere fu di troppo, le girava già la testa. Si infilò la giacca e si alzò in piedi, appoggiandosi al bancone.

“Si è fatto tardi” disse, senza guardare l’ora “E’ meglio che vada.”

Augusto si alzò a sua volta, impaziente.

“Ehi, aspetta un attimo…”

“Grazie per la serata, arrivederci.” Disse lei, senza voltarsi indietro mentre varcava la porta del bar.

Augusto stava per seguirla ma il cameriere lo richiamò:

“Il conto!”

 

***

 

L’aria fuori dal locale era pungente, e le guance di lei fin troppo accaldate. Le décolletés nere erano uno strumento disagevole per camminare lungo i dissestati viottoli del centro e l’alcol che aveva in corpo non aiutava di certo. Stava per scivolare faccia in avanti, quando qualcuno la afferrò per le spalle.

“Dimmi dove abiti, ti ci accompagno io.”

Lucrezia si voltò stancamente trovandosi di nuovo davanti il sorriso incapsulato dell’agente immobiliare.

“No, grazie.” Rispose gelida, liberandosi della presa.

“Eddai, non fare la stronza. Sempre così voi ragazze. Appena siete un attimo carine, ecco che ve la tirate!”

Lucrezia continuava a camminare senza rispondere. Era stanca. Di tutto quanto.

“Ho parcheggiato qua dietro, vieni che t’accompagno.” Insistette lui.

“Non serve, ci arrivo a piedi.”

Lucrezia non sentiva più dolore. Né mal di testa, né male ai piedi, né niente. Marciava a passo svelto inspirando profonde boccate d’aria fresca, sperando che le lavassero via in fretta la sbornia. Augusto invece, meno ubriaco ma più molesto, la seguiva come un segugio. In un paio di minuti furono davanti al cancello di ferro battuto. Lucrezia non riusciva a trovare la chiave nella borsa ed il viottolo era immerso nel buio.

“Mi fai salire?” Disse lui, parandosi tra la ragazza e la serratura. Lucrezia cominciava ad averne abbastanza.

“Spostati” Disse seccamente, perdendo la pazienza. Augusto non si mosse di un millimetro.

“Vuoi che ti dica cosa potrei farti?”

Questa volta Lucrezia fece un passo indietro. Non era più divertente. Augusto si avvicinò, tirandola per un braccio.

“Non è gentile, sai. Prima accetti da bere, sembra che ci stai ed ora mi cacci via così… Non è gentile per niente.”

Lucrezia abbassò lo sguardo, spaventata. Avrebbe voluto dire qualcosa, ma le parole le si strozzarono in gola. E la testa le girava.

In quel momento una figura scura spuntò fuori dal garage a fianco. Aveva una tuta blu da lavoro ed un casco da moto infilato in testa. Era alto e slanciato quanto bastava da indurre Augusto a lasciare la presa.

“E tu chi cazzo sei?” Esclamò l’agente immobiliare, preso in contropiede. “Fatti i fatti tuoi e vattene.” Le sue parole erano strafottenti, ma il tono della voce si era fatto insicuro.

“Sono le due di notte, e c’è gente che dorme.” Commentò Dario, avvicinandosi alle due figure accanto al cancello. Lucrezia si fece coraggio ed intervenne, rincuorata dalla presenza del ragazzo.

“Io vorrei andare a casa, ma lui non mi lascia andare.” disse, rivolta al misterioso passante.

Non appena la sentì parlare, Dario trasalì. Mentre i suoi occhi si abituavano al buio, il profilo di lei si faceva più definito. I morbidi capelli castani raccolti in uno chignon rivelavano la fronte ampia e graziosa. Gli occhiali minimalisti non potevano sperare di nascondere i profondi occhi grigi, sempre in cerca di qualcosa. Le labbra sottili che disegnavano un cuore delicato erano ora serrate dalla preoccupazione, mentre la ragazza si passava una mano sul braccio indolenzito.

“Che dobbiamo fare?” Disse Dario, tornando a concentrarsi su Augusto. “La risolviamo che te ne vai con calma oppure devo chiamare i carabinieri? Il comando sta proprio qua dietro.”

L’uomo trasalì. Era abbastanza sobrio da capire che non voleva guai con la giustizia. Dopo un’occhiata scocciata a Lucrezia si allontanò, trascinandosi via svogliatamente. Un silenzio pesante riempì il vicolo fino a che non scomparve completamente dietro l’angolo.

“Tutto bene?” Chiese Dario subito dopo, facendo un passo avanti.

“Sì, grazie.” Rispose Lucrezia un po’ stordita, cercando in fretta le chiavi nella borsa.

Lui la fissava impalato, incapace di dire altro. Di tanto in tanto apriva la bocca per parlare, ma le idee gli si affastellavano l’una sull’altra nella testa, impedendogli di formulare un pensiero coerente. Se il casco non avesse reso la sua voce lontana ed ovattata, a lei sarebbe arrivata tremante, carica d’emozione. Finalmente Lucrezia trasse il pesante mazzo di chiavi dalla borsa.

“Lavori qui?” Chiese, notando la saracinesca alzata dell’officina.

Dario annuì silenziosamente.

“Ah…” La chiave girò rumorosamente nella serratura e lei varcò la soglia.

“Grazie…e Buonanotte.” Disse, abbozzando un sorriso mentre si chiudeva il cancello alle spalle.

Dario sollevò un braccio che si fermò a mezz’aria.

“Aspet…”

Ma lei era già sparita.

 


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